Aggiornato al 18/01/2022 14:12:58

E’ MANCATO FRANK WILLIAMS.

Autore: Carlo Baffi

E’ con profonda tristezza che a nome della famiglia Williams, il team conferma la morte di Sir Frank Williams, fondatore ed ex team principal di Williams Racing, all’età di 79 anni”. Con questo breve comunicato comparso sulla pagina Twitter della scuderia, è stata ufficializzata la scomparsa di una delle più eminenti figure del Circus, che ha scritto pagine indelebili nella storia del motorsport. Un personaggio che grazie ai successi raggiunti venne addirittura definito il “Ferrari d’Inghilterra” e ripercorrendo la sua carriera si può intuirne il motivo.

Williams, inglese di South Shields dove nasce il 16 aprile del 1942, è figlio di un pilota della RAF e di una maestra. Studia in un collegio cattolico e mostra un particolare interesse verso il motorsport seguendo le gesta del fuoriclasse Stirling Moss. Grazie ad amici più anziani ha i primi approcci con le gare locali, disputate al volante di una berlina. La sua passione cresce e prosegue la sua carriera di pilota nonostante i risultati poco esaltanti. Verso la metà degli anni ’60, Williams partecipa al campionato di F.3 in Italia con innumerevoli sacrifici. Campa coi modesti premi di partenza e per dormire dispone del furgone dei ricambi, o della tenda. Ma se al giovane Frank manca la stoffa per imporsi in pista, è altrettanto abile a preparare le monoposto, fino a costituire un suo team di F.2 in cui fa correre l’amico Piers Courage, con cui esordirà in F.1 nel ’69. I brillanti piazzamenti sembrano l’inizio di un sogno, che però svanisce bruscamente l’anno dopo con la morte in Olanda dell’amico pilota. La tragica fine di Courage, che aiutava finanziariamente la scuderia condiziona le prospettive future, nonostante le sponsorizzazioni della Marlboro e della Iso Rivolta. Williams è così costretto ad abbandonare il suo progetto cedendo il 60% delle quote al magnate austro canadese Walter Wolf. Ma si tratta di uno stop momentaneo, perché il sodalizio con i munifici sponsor arabi, conosciuti proprio tramite Wolf, cambia radicalmente il corso degli eventi a partire dal ’77.

Nel giro di tre stagioni, quel piccolo team conquisterà il titolo mondiale con Alan Jones. Una trasformazione che prende corpo grazie anche al sodalizio tra Williams e Patrick Head. Parliamo di un validissimo ingegnere britannico che si prende cura della parte tecnica. Il primo successo nella massima formula va in scena sabato 14 luglio 1979. Un’impresa che va in scena in un contesto che la rende ancora più importante: il Gran Premio di Gran Bretagna sul leggendario circuito di Silverstone. A salire sul gradino più alto del podio è un pilota dal curriculum alquanto brillante: il ticinese Clay Regazzoni. Più che un traguardo si tratta di un vero e proprio trampolino di lancio. Per la cronaca, quel successo e quelli futuri non saranno accompagnati dai classici brindisi a base di champagne, in rispetto della religione musulmana degli sponsor della squadra. L’anno successivo, più precisamente il 28 settembre, l’australiano Jones al volante della potente FW07 trionfa nel Gran Premio del Canada a Montreal e s’aggiudica il suo primo titolo mondiale piloti. E’ la prima corona iridata pure per il team di Sir Frank, che si afferma tra costruttori. Passano due anni e arriva il secondo mondiale con il finnico Keke Rosberg; complice una stagione tragica per la Ferrari che perde Villenueve e Pironi.


Divenuta ormai una compagine di vertice, la Williams sposta la sua sede da Didcot a Grove in una moderna struttura. Ma il destino è ancora una volta in agguato. E’ l’8 marzo 1986, quando il manager inglese resta coinvolto in un drammatico incidente stradale mentre si reca all’aeroporto di Nizza, dopo aver assistito ai test della sua nuova monoposto al Paul Ricard. Williams sopravvive al tremendo schianto, ma resterà per sempre tetraplegico, costretto a muoversi su una sedia a rotelle. Una condanna tremenda per un uomo che oltre all’automobilismo, amava partecipare alle gare podistiche. Williams è così chiamato ad affrontare una nuova sfida, la più dura, ma non cede. Gli sarà fondamentale il supporto della famiglia, in particolare della moglie Virginia. Si erano conosciuti nel 1967 e si erano sposati nel ‘75. Il giorno delle nozze, Frank si presentò 5’ prima della cerimonia arrivando direttamente dall’officina. Ma la sua signora lo conosceva bene ed era disposta ad accettare tutto questo. E sarà proprio lei, “Lady Ginny”, a salire sul podio del Gran Premio di Gran Bretagna dell’86 per ritirare il trofeo vinto dal proprio pilota Nigel Mansell dopo un duello rusticano con Nelson Piquet, suo compagno di squadra nonché grande ed odiato rivale. Quel 13 luglio resterà un giorno davvero speciale per la scuderia d’oltre Manica, sia per la vittoria nella corsa di casa a Brands Hatch e sia per il ritorno ai box di Sir Frank dopo una lunga e tormentata convalescenza. Alla fine seppur tra mille difficoltà, il grande capo tornava sul ponte di comando. Una dimostrazione di quanto quest’uomo aveva ancora a cuore le sorti della sua factory.


Le monoposto progettate dal gruppo di tecnici guidati dal fido Head, che nel frattempo è divenuto co-proprietario della scuderia controllando il 30% delle quote, continuano a dominare la scena spinte dai motori turbo forniti dalla Honda. Se nell’86, Mansell e Piquet si fanno beffare nella corsa al titolo da Prost sulla McLaren-Tag Porsche, la stagione dopo il brasiliano mette le mani sulla corona iridata. Complice la perdita dei propulsori nipponici la Williams accusa una flessione, ma siglato l’accordo con la Renault nel 1989, arriva il pronto rilancio. All’abilità di Head si aggiunse anche quella di un giovane ingegnere britannico approdato a Didcot nel 1990: Adrian Newey, futuro genio aerodinamico della F.1 e non solo. Il 1992 è dominato da Nigel Mansell con la FW14 B, che sigla 14 pole e 9 vittorie aggiudicandosi il mondiale dopo 8 GP sui 16 previsti. Il ciclo vincente prosegue pure nel ’93 con la FW15C e a laurearsi campione è Alain Prost, tornato alle corse dopo un anno sabbatico. Una mossa che spinge il grande rivale Ayrton Senna a far di tutto pur di assicurarsi il volante della monoposto più competitiva del lotto. Ma purtroppo il 1994 si rivelerà tragico. Senna è vittima di un incidente mortale il 1° maggio ad Imola provocato dal cedimento del piantone dello sterzo, modificato dai tecnici inglesi. Di conseguenza la giustizia italiana incrimina Williams, Newey ed Head. Il processo dura parecchi anni e chiama più volte in aula i vertici del team d’oltre Manica, che non si sottraggono alle loro responsabilità. Il tutto si concluderà con la prescrizione del reato.


Malgrado l’annus-horribilis, la FW16 disegnata da Newey (giudicata poco comoda dai piloti) ottiene grandi prestazioni e consente al giovane Damon Hill (figlio del grande Graham) di contendere il mondiale a Michael Schumacher fino alla fine perdendolo per un solo punto ad Adelaide; gli è fatale un contatto molto dubbio con il tedesco della Benetton. La rivincita va in scena nel biennio ’96-‘97, rispettivamente con i modelli FW 18 e FW19 sempre spinti dal V10 Renault. I piloti a fregiarsi della corona iridata sono Hill e Jacques Villeneuve, figlio del leggendario Gilles. La dipartita della Renault, sostituita dai propulsori Mechacrome e Supertec non porta a grandi benefici e si deve attendere il matrimonio con la BMW per rivedere la Williams tra i top team. Dal 2000 al 2005, la scuderia inglese trasferitasi nel frattempo a Grove, è per due volte la seconda forza del mondiale, battuta dallo strapotere della Ferrari di “Kaiser Schumi”. Il mancato titolo iridato ed i sopravvenuti contrasti con i motoristi tedeschi, portano la BMW a mettersi in proprio lasciando la Williams in balia di un futuro problematico e parco di risultati. Il lungo digiuno sarà rotto dal successo inaspettato di Pastor Maldonado nel 2012 a Barcellona sulla FW34 motorizzata Renault. Dal 2014 le monoposto di Sir Frank adottano la potente power unit Mercedes e con i piazzamenti di Valtteri Bottas e Felipe Massa la Williams chiude per due stagioni al terzo posto tra i costruttori. Da li in avanti però l’azienda, minata dalla congiuntura economica e dalla fuga di grossi sponsor imboccherà il viale del tramonto. Eppure nonostante i problemi e l’età avanzata, Frank Williams non rinuncia a seguire i Gran Premi. E’ assistito dalla figlia Claire, sempre più presente nella gestione della squadra di cui è divenuta team principal dal 2013.


Si arriva così all’agosto 2020, quando viene ufficializzata la vendita alla Dorilton Capital, un fondo americano operante negli investimenti a lungo termine presieduto da Matthew Savage. Un cambiamento forse non facile da digerire per i romantici di questo sport, ma salutato con soddisfazione dalla stessa Claire molto felice che la nuova proprietà sia in grado di garantire quella continuità che era divenuta precaria. Fino ad allora la Williams Racing era rimasta una scuderia a conduzione familiare, con la famiglia Williams in possesso del 52% del pacchetto di maggioranza e con le restanti quote in mano a soci minori.


Con la scomparsa di Sir Frank Williams, cala definitivamente il sipario sulla storia di un uomo capace di realizzare un sogno che inizialmente pareva una pura utopia: tutto era iniziato in un modesto garage. Invece lui motivato da un’incrollabile passione c’è riuscito alla grande vincendo ben 16 titoli mondiali (9 costruttori e 7 piloti). E tutto questo superando le tante difficoltà che la vita ha cinicamente posto sul suo cammino.

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