Aggiornato al 21/09/2018 08:10:10
29/08/2018

F1: DOPO SPA, ASPETTANDO UN BIS A MONZA

Autore: Marco Giachi

La Ferrari ha stravinto in Belgio e non si può che essere supercontenti, tifosi della Rossa e per mille motivi non ultimo lo stupendo spot pubblicitario per Monza che parte sotto i migliori auspici per domenica prossima. E’ la prima vittoria del dopo Marchionne che, come ben sappiamo, purtroppo non può vedere i risultati del suo lavoro. Almeno secondo il significato terreno che diamo convenzionalmente alla parola vedere perché, forse da qualche parte, guarda ancora i Gran Premi magari insieme a Enzo Ferrari stesso. La supremazia (riconosciuta anche dagli avversari) della vettura di Maranello reca la firma di tanti, tantissimi tecnici di scuola italiana e, una volta tanto, i meriti sono stati giustamente riconosciuti ed è stato “dato a Cesare quel che è di Cesare”.

Per tanti anni non è stato così e ricordo chiaramente l’ultimo Barnard del 1992, invocato come salvatore della patria, che (ri)portò tutta la progettazione in Inghilterra costringendo tanti fornitori che fornivano ingegneria alla Ferrari a chiudere bottega.

Oggi invece, tanto per citarne due, le Università di Ingegneria Aerospaziale di Pisa e Milano (il Politecnico) sono fra i “fornitori” più accreditati a Maranello (Enrico Cardile viene da Pisa) e tengono il passo con i miti anglosassoni che rispondono al nome di Imperial College, Southampton, MIRA riprendendo una tradizione, anche nell’aerodinamica, che viene da lontano. Già negli anni sessanta si provavano le Ferrari al Politecnico di Torino, poi c’è stata la Pininfarina con la sua celeberrima Galleria del Vento e tante altre fino ad arrivare all’eccellenza assoluta rappresentata oggigiorno dalla Dallara.

E pochi sanno che per quasi trent’anni, dal 1992 (anno della inaugurazione) al 2018 (anno, purtroppo, della chiusura) molte squadre di Formula 1, del WEC e di tante altre categorie sono passate dalla Fondtech e dalla Aerolab, due Gallerie del Vento all’avanguardia nella “bassa ferrarese” tra Modena e Ferrara. 

C’è stato un periodo, negli anni settanta, in cui si pensava che questo non sarebbe stato possibile e solo in Inghilterra (e un po’ in Francia) ci fossero i “domatori di filetti fluidi” come al circo si fa con le belve feroci, ma anche in Italia ci sono dei bravi circensi.

 

Il modello della Ferrari 312 di Formula 1 del 1968 in prova nella Galleria del Vento del Politecnico di Torino. La Galleria era di tipo aeronautico ed il suolo era simulato con un piano fisso ma abbastanza sofisticato perché comprendeva due motori elettrici per portare in rotazione le ruote. Non c’era il suolo mobile e, se vogliamo dare un giudizio storico, forse da questo punto di vista in Italia si è aspettato qualche anno di troppo prima di allestire impianti dotati di suolo mobile (“moving ground”) che è indispensabile per riprodurre in laboratorio il moto relativo fra aria e suolo (dal libro “Capire la Formula 1, i segreti della sua evoluzione dagli anni ’60 a oggi” di Mauro Forghieri, Marco Giachi e Daniele Buzzonetti edito da Minerva)

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