Aggiornato al 25/09/2020 21:52:50
07/08/2020

“IL TINO”

Autore: Carlo Baffi

“Ten giò el pè, bilott!”. Un’espressione dialettale monzese, che tradotta in italiano significa: “Tieni giù il piede stupidotto”. Frase che potrebbe rappresentare anche un invito a pigiare sull’acceleratore. In verità più che un consiglio si trattava di un imperativo con cui “il Tino Brambilla”, spronava spesso gli amici, o i suoi allievi ad aprire il gas. Già “il Tino”…  Purtroppo ci ha lasciato pochi giorni fa, per l’esattezza il 3 agosto, a 86 anni.Era nato a Monza il 31 gennaio del 1934 ed all’anagrafe era iscritto come Ernesto Brambilla, ma questo è un dettaglio, perché per tutti noi appassionati di motorsport era “il Tino”. E con l’obbligo dell’articolo prima del nome, a sottolineare quel suo essere lombardo, pardon monzese, su cui si fondava una filosofia di vita alquanto schietta e semplice a testimonianza di un carattere non certo docile, anzi.

A Monza, lui ed “il Vittorio”, suo fratello minore, erano considerati due veri e propri miti. Entrambi animati da una grande passione per le corse a due e quattro ruote. La loro vita ruotava tutt’intorno ai pistoni ed ai carburatori nella loro officina meccanica durante la settimana, dove preparavano moto ed auto e poi in pista nei weekend. E li erano battaglie col coltello fra i denti. Sempre pronti a lottare non solo per la vittoria, ma anche guadagnare o difendere una posizione. Il tutto alla faccia dei tanti pericoli, soprattutto sui circuiti stradali tra case, muretti, alberi e vie di fuga inesistenti. Ma guai a mollare e guai a fare loro qualche furbata, perché nel dopo corsa c’era il rischio di rimediare cinque dita sul faccione. Insomma storie d’altri tempi che hanno reso questi due personaggi protagonisti indimenticabili a livello nazionale e non solo.

Per “il Tino” la velocità era tutto. Aveva iniziato con i pattini a rotelle e con le bici per poi innamorarsi delle moto. In particolare di una Rumi 125 che ogni giorno ammirava davanti alle vetrine di un concessionario a Monza. Un sogno che divenne realtà. Il 25 aprile del 1953, Brambilla esordì proprio su quella moto (naturalmente elaborata e potenziata) sul circuito di Soresina dove colse un terzo posto al termine di una grande rimonta. Aveva avuto noie al via ed era partito dopo aver spinto il mezzo; una manovra vietata che gli costò la squalifica. La delusione venne prontamente cancellata poche settimane dopo, quando vinse a Trecate.Da li in avanti si fece largo diventando pilota ufficiale della prestigiosa MV Agusta accanto a mostri sacri del calibro di Ubbiali, Provini e Surtees “il Figlio del Vento”. Conquistò titoli italiani nelle varie classi e corse pure con la Guzzi e la Bianchi. Con quest’ultima si ritrovò al fianco un altro fuoriclasse, l’inglese Bob McIntyre, ma questo non lo intimorì di certo.

Il rapporto con la Bianchi si chiuse per via di alcuni contrasti con i vertici tecnici e nel 1962 ci fu il passaggio alle quattro ruote. Per la cronaca fu Gianni Restelli, allora direttore sportivo dell’Autodromo di Monza a spingere Brambilla, che s’era cimentato coi kart, a frequentare i corsi di guida sportiva della Scuderia Centro Sud di Mimmo Dei. Dopo un inizio molto incoraggiante, seguì l’esordio in Formula Junior. Approdò poi in F.3 nel 1965, dove chiuse il campionato italiano al secondo posto. Titolo che s’aggiudicò l’anno dopo al volante di una Brabham-Ford. Il 1968 segnò una tappa importante nella carriera del monzese. La F.3 gli stava ormai stretta e pensava al salto di categoria. Ad inizio stagione Brambilla disputò un test all’Aerautodromo di Modena al volante di una Tecno di F.2, facendo registrare tempi migliori rispetto ad una Ferrari Dino, che provava alla presenza del grande capo.

Ferrari rimase colpito dai giri del Tino al punto da farlo convocare a Maranello tramite Vittorio Stanguellini. Si chiedeva come mai quella monoposto “artigianale” era andata più forte della sua. E soprattutto perché l’ANCAI avrebbe affidato una delle sue vetture a Giancarlo Baghetti e non a Brambilla per il Gran Premio Lotteria di Monza, in programma il 23 giugno. Il Drake infatti aveva messo a disposizione una sua F.2 all’Associazione nazionale corridori automobilisti italiani. Brambilla rispose che era tanto estraneo quanto allergico alle questioni politico sportive e si domandava anch’egli le ragioni di quella decisione. Morale della favola, “Il Tino” potè schierarsi su una Dino contrassegnata dal numero 4, insieme a Baghetti, Casoni e Bell. Purtroppo quel Lotteria si concluse rovinosamente al 22° passaggio. Si verificò infatti una carambola all’uscita della Parabolica, in cui vennero coinvolte vetture e scoppiò pure un incendio in cui rimase coinvolto Jean Pierre Jaussaud (fortunatamente rimediò solo qualche frattura). Solo la Ferrari di Casoni vide la bandiera scacchi, giungendo settima. Il Commendatore non la prese affatto bene e per il round dell’Europeo di F.2, affidò i telai disponibili ad Amon e Bell. La risposta del Tino fu una sorta di sfida. Partì alla volta di Tulln-Langelerban con la sua vecchia Brabham BT23 (usata nelle prime corse in calendario) e chiuse la corsa sesto davanti alle rosse. Un azzardo che convinse Ferrari ad assicurargli la due litri per i restanti appuntamenti in calendario. Ed i risultati arrivarono. Secondo a Pergusa e trionfi ad Hockenheim e Vallelunga dove firmò anche la pole. A fine campionato Brambilla fu terzo preceduto da Pescarolo e Beltoise. Ma le soddisfazioni non erano finite. Sul finire di quell’anno, si cimentò pure nella Temporada Argentina, sempre sulla Dino. Nella gara d’apertura a Buenos Aires, salì sul gradino più alto del podio.

Malgrado questo successo all’interno della squadra il clima non era dei migliori. C’era una forte rivalità con Andrea De Adamich, che si aggiudicò quell’edizione della corsa sudamericana e non mancarono tensioni con il direttore sportivo Lini e l’ingegner Marelli. Perché “il Tino” non era molto diplomatico. Nel 1969 Brambilla fu ad un passo dall’esordio in F.1 nel Gran Premio d’Italia proprio nella sua Monza, ma il destino non gli fu amico. Nei giorni precedenti il G.P. provò sul tracciato brianzolo la moto con cui Vittorio avrebbe dovuto gareggiare a Imola nel campionato italiano. Quella Paton era instabile e “il Tino” capì quasi subito la natura del problema. Nel rientrare ai box però fu vittima di un guasto improvviso scivolando a circa duecento all’ora tra la Roggia e la prima di Lesmo. A proteggere il centauro c’era solo il casco e la tuta in tela da meccanico non poté evitargli gravi abrasioni su buona parte del corpo, più la rottura di un avambraccio. La voglia di esordire nel mondiale però era tanta, così anziché gettare la spugna, Brambilla strinse i denti. Si tolse il gesso da solo in officina con la taglierina dopo aver bloccato il braccio nella morsa e si presentò alle prove. Ai dolori insopportabili si aggiunse malauguratamente un altro guaio: la scarsa competitività della 312. In pratica, c’era da patire le pene dell’inferno per fare una semplice passerella. Conclusione: quella rossa venne affidata al messicano Pedro Rodriguez che si piazzò sesto a ben due giri dal vincitore, Jackie Stewart.

Comunque sia, al di la quest’episodio, il Drake nutriva una grande considerazione per “il Tino”; pare che i due colloquiassero in dialetto milanese. Probabilmente Ferrari ne apprezzava la tenacia in corsa, le competenze meccaniche e la sincerità nei rapporti umani. Trascorsero perfino insieme il giorno di Natale del ’68 gettando le basi per proseguire la loro collaborazione. Ferrari affidò a Brambilla il collaudo delle sue macchine, ma qui sorsero i contrasti con gli ingegneri di Maranello. Dopo un test, “il Tino” bocciò senza mezzi termini la 512 etichettandola come un … tram, davanti allo stato maggiore del Cavallino. Sviluppò i motori a sei cilindri della Dino scoprendo una carenza di circa 40 cavalli e sbugiardando quanto dichiarato dai tecnici. Se il grande vecchio e Mauro Forghieri apprezzarono il lavoro svolto, il motorista Bussi se la legò al dito e gliela fece pagare cara, ponendo praticamente fine all’avventura in rosso del monzese.

Lasciata la Ferrari, Brambilla tornò in F.2 come privato, ma iniziò a ridurre gli impegni in pista per dedicarsi maggiormente alla sua cara officina in via Birona e seguire la carriera del Vittorio. Anche lui dopo un inizio sulle moto, s’era messo al volante delle auto: monoposto e sport. Una brillante carriera in cui non solo sbarcò in F.1, ma siglò l’indimenticabile trionfo a Zeltweg con la March il 17 agosto 1975, sotto una pioggia torrenziale. Purtroppo, sarebbe morto a 63 anni nel 2001 stroncato da un infarto nel giardino di casa.

Malgrado i problemi legati all’età, “il Tino” continuò a frequentare il Tempio della Velocità,che era una sorta di seconda casa. Nel 2015 durante il fine settimana del Gran Premio d’Italia, presenziò al lancio del libro sulla sua carriera. Fu una bella occasione per ritrovare i tanti amici nel circuito che l’aveva visto protagonista di tante battaglie. Ai familiari aveva espresso la volontà di annunciare la sua scomparsa a distanza di tre giorni e ieri puntualmente è stata ufficializzata la triste notizia.